“Lezioni di crudeltà” per il video su Youtube del disabile vessato dai compagni di scuola

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Ricordate il video finito su Youtube in cui dei ragazzi picchiavano un compagno disabile? Il processo d’appello sta andando avanti, alla ricerca delle responsabilità su chi doveva controllare il caricamento del video.

Google è impegnata nel processo milanese per violazione della privacy. L’obbligo di controllo sui ragazzini che filmavano il compagno disabile tuttavia – ha dichiarato uno dei legali di Google – non era dell’azienda, perché doveva essere esercitato dalla professoressa presente in classe e non dal servizio su cui sono state caricate le immagini.

“Non esiste nell’ordinamento italiano un obbligo per Google di controllare il contenuto dei video. La professoressa non ha mosso un dito mentre i ragazzi filmavano, ha guardato impassibile una scena riprovevole. A differenza nostra che non avevamo un obbligo giuridico di controllo, lei ce l’aveva”.

Google, sempre secondo l’avvocato difensore, ha rimosso il video velocemente, “due ore dopo la segnalazione della Polizia Postale”.

Il 10 febbraio 2010 il Tribunale di Milano aveva condannato a sei mesi di reclusione David Drummond (ex presidente del consiglio d’amministrazione e legale rappresentante di Google Italy), George Reyes (ex membro del cda di Google Italy, ora in pensione) e Peter Fleischer (responsabile policy sulla privacy per l’Europa di Google). Il giudice aveva invece assolto Arvind Desikan (responsabile progetto Google Video per l’Europa).

Il sostituto procuratore generale di Milano Laura Bertolé Viale ha chiesto oggi la conferma della condanna inflitta in primo grado ai tre dirigenti di Google, ritenuti colpevoli di violazione delle norme sulla privacy per non aver impedito la pubblicazione del video.

Al termine della sua requisitoria, il sostituto procuratore ha affermato che “non solo è stata violata la privacy dei minori ma sono anche state date lezioni di crudeltà a 5.500 visitatori. I dirigenti di Google hanno omesso il controllo per fare profitto”. A questa accusa Google risponde così: “Come abbiamo sempre detto, ci sentiamo vicini al ragazzo, vittima di un atto di bullismo in quel video riprovevole. I bulli, responsabili per la violazione della sua privacy, sono già stati puniti. Confidiamo che nel processo d’appello verrà dimostrata l’innocenza dei nostri colleghi. Come è emerso chiaramente dalle indagini della polizia giudiziaria non vi era alcun messaggio pubblicitario connesso a Google Video e pertanto Google non ha tratto alcun profitto da questo o altri video”.

Nel concreto, il processo sembra contrapporre due modelli di pensiero: da un lato la giustizia che immagina Youtube come una Tv a pagamento, dall’altro il mondo della comunicazione che deve fronteggiare istanze di controllo e di sensibilità sociale non risolvibili solo tecnicamente.

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